Sindrome di Sjögren: quali sono le ultime novità sulle cure?

Che cos’è e quali sono le ultime scoperte scientifiche che aiutano a combattere questa malattia infiammatoria

La sindrome di Sjögren è una malattia infiammatoria cronica autoimmune che colpisce in grandissima parte le donne e interessa le cosiddette ghiandole esocrine, quelle cioè che rilasciano il loro “secreto” (sostanza biologica) all’esterno dell’organismo. Queste ghiandole si trovano sulla superficie della pelle, in zone del corpo come occhi, bocca e trachea e una persona che soffre di sindrome di Sjögren si ritrova, in buona sostanza, con queste ghiandole malfunzionanti.

Purtroppo, ad oggi si sa ancora molto poco della natura di questa patologia. Dal mondo della ricerca reumatologica statunitense però arrivano novità incoraggianti: al convegno dell’American College of Rheumatology sono stati presentati studi sui possibili trattamenti farmacologici e tecniche di diagnosi.

Come si può presentare la sindrome di Sjögren

Prima di tutto, capiamo qualcosa in più sulla sindrome di Sjögren. I sintomi possono essere: secchezza degli occhi, delle mucose nasali, dell’apparato genitale esterno (femminile per lo più, dato che come anticipato la maggior parte delle persone che ne soffre sono donne) e della bocca.

Le conseguenze di questa sintomatologia sono tante ed estremamente debilitanti:

  • alterazione del gusto e problemi di deglutizione;
  • carie;
  • artriti e dolori muscolari. 

Inoltre, una distinzione importante è tra la Sjögren primaria o secondaria. Nel primo caso, infatti, la sindrome non si accompagna a ulteriori patologie autoimmuni a differenza della Sjögren secondaria, che spesso porta con sé problemi quali artrite reumatoide e linfomi.

Sono poco note ancora le cause dell’insorgenza della malattia – ricordiamo la diagnosi improvvisa alla tennista statunitense Venus Williams, nel 2022 – così come manca ancora una terapia di cura chiara. Non tutto, però, è perduto.

Terapie farmacologiche

Una prima strada promettente riguarda possibili combinazioni di farmaci che aiutano a tenere sotto controllo la malattia. Alcuni team di ricerca hanno svolto studi in doppio cieco – studi svolti con l’ausilio della misurazione dell’effetto placebo: si confrontano i risultati di due gruppi di persone in modo tale da capire quale sia la reale efficacia di un principio attivo, escludendo di fatto parte dell’effetto placebo – sul farmaco Rituximab, che sembra avere un’azione positiva a livello ghiandolare. In uno studio in particolare è stato osservato l’effetto prodotto dalla combinazione di Rituximab e Belimumab, giù usato per il lupus eritematoso. In base ai dati raccolti, sembra che i linfociti B giochino un ruolo importante rispetto alla produzione delle secrezioni ghiandolari: controllando il numero di linfociti B, attraverso questa combo di farmaci, potrebbe essere possibile risolvere il problema della secchezza causato dalla sindrome di Sjögren.

L’importanza della giusta diagnosi

Il modo attraverso il quale studiare le mutazioni fisiologiche causate da questa sindrome è, generalmente, una biopsia delle ghiandole salivari. Rispetto a questo, un altro studio interessante ha evidenziato come sia necessario concentrare gli sforzi e i monitoraggi sulla ghiandola parotide, la più voluminosa, perché qui sono rintracciabili modifiche istologiche che di primo acchito non appaiono nelle ghiandole minori. Tra l’altro, a corroborare questa tesi, un team dell’Oklahoma Medical Research Foundation ha riportato casi di pazienti affetti da sindrome di Sjögren ai quali una biopsia delle ghiandole salivari minori dava risultato negativo. Inoltre, la biopsia chirurgica aperta non sembra essere più l’unica scelta possibile: da un punto di vista diagnostico, una biopsia ecoguidata meno invasiva per il paziente potrebbe essere un’alternativa valida.

Il recettore Baff

Infine, ricordiamo uno studio svolto in contemporanea da più centro di ricerca su un altro farmaco, lo Ianalumab, inibitore del recettore Baff responsabile dell’attivazione dei linfociti B. Anche in questo caso, l’idea sarebbe tenere sotto controllo la risposta immunitaria “sbagliata” dell’organismo in modo da permettere il giusto funzionamento delle ghiandole. Bisogna dire che dai risultati dello studio quest’azione sui linfociti non sembra del tutto sufficiente a consentire una normale attività di secrezione: nonostante questo, il blocco del recettore Baff sembra essere un buon punto di partenza per lo sviluppo di terapie ancora migliori.