Outing, coming out e percezione sociale

La differenza non è semplicemente lessicale: stiamo parlando della distanza tra un atto di violenza e uno di autoaffermazione. E delle conseguenze sociali di questi gesti.

Quando l’argomento è delicato ci dovrebbe essere delicatezza. E informazione. Come spesso accade in questi ultimi decenni, gli errori su genere, identità ed espressione sessuale dilagano come il gas adesso dilaga nel mar Baltico. Fuoriuscite dannose. E questa ignoranza viene perpetuata anche dalla stampa; da alcuni giornalisti. Da alcuni politici. Da alcuni ecclesiastici. E quindi dalle persone che leggono e ascoltano in maniera sommaria, magari leggendo o vedendo alla tv l’intervista di tizio o caio.
Outing e Coming out non sono la stessa cosa. Sono due cose diversissime. Sono due verbi completamente diversi. Farne buon uso sarebbe il minimo.

Coming out

Innanzitutto diciamo che una persona fa coming out. L’outing si subisce (e non è simpatico).
Adesso immagina di essere al conservatorio. Bach, Vivaldi, Mozart.
Tu e i tuoi amici musicisti parlate di quanto il piano della Sonata N.9 di Ludovico Van sia poesia. Però, accidenti: tu pensi a Sfera Ebbasta. Hai sentito il suo nuovo singolo tre giorni fa e ti è rimasto in testa. E ti piace. E ti vergogni a dirlo. Cosa direbbero se dicessi loro che mi piace quel trapper che “neanche sa cantare”? Che “manco sa da che parte va tenuta una chitarra”? Sudi. Ti agiti. Che faccio, lo dico o non lo dico? Alla fine chiudi gli occhi ti butti. Uè ragazzi avete sentito Tèlèphone?
Boom, lo hai fatto.
Questo è il coming out.
Un gesto assolutamente volontario. Sei tu, e soltanto tu, che decidi di uscire dal buio e rivelare qualcosa di te (in inglese il termine significa uscire dall’armadio). In questo caso, ad esempio, la tua omosessualità.  È un comportamento attivo. 

Outing

Riavvolgi il nastro. Conservatorio. Sfera Ebbasta. Ti vergogni troppo a dirlo. Hai paura di essere preso in giro. Deriso. Allora lo dici ad Anacleta, la ragazza con cui hai più confidenza. Sai, Ana, non riesco ad ascoltare altro che Sfera. Chi? Sfera Ebbasta, il trapper. Sì, proprio lui. Hai presente, no? Ah, ok, credo di aver capito.
Ecco: lo hai detto ad Anacleta. Ti senti al sicuro. Avevi bisogno di dirlo. Lo hai detto a una persona fidata. Il giorno dopo. Finiscono le lezioni, si va a pranzo. Si parla dei crescendo rossiniani nel Guglielmo Tell. Tu sei lì che dici la tua, sei dentro l’argomento, la discussione. E poi: ma cosa ne vuoi sapere tu che ascolti Sfera Ebbasta? Silenzio.
Occhi tutti addosso.
Anacleta ha parlato. Lo ha detto come una battuta, per carità. Ma non c’entra niente. Lo ha detto. Ha detto una cosa tua che tu non volevi, per il momento, dire agli altri.
Questo è subire un outing.
Un gesto che si subisce. Un gesto vigliacco.
Vendetta? Rovinare una reputazione? Farti abbassare la cresta? Divertimento? Non importa la motivazione specifica: è sempre meschina.
To out: buttare fuori. Qualche simpatico guascone (non vogliamo essere volgari) che prende delle tue informazioni personali e le lancia al mondo, alle persone. E tu sei lì, fermo immobile ad attendere quei giudizi che non vuoi, che non hai scelto tu di volere. Purtroppo ci sono anche persone che lo fanno senza alcun fondamento reale, magari dicendo Luca è gay. Ma cosa ne sai? Famoso è il triste siparietto tra Albano e Paolo Limiti, dove il primo, in diretta televisiva, diede del gay al povero Limiti che mai si era espresso in quei termini su stesso (e se anche fosse, non erano affari degli altri).
Per chi mastica calcio, un evento molto simile capitò tra l’allora allenatore del Napoli, Maurizio Sarri, e l’attuale allenatore della nazionale italiana, Roberto Mancini, all’epoca sulla panchina dell’Inter. “Sei un f****o” furono le parole esatte. Polemiche, più che giustificate. Sipario.

C’è bisogno di dirlo?

Fare outing è sbagliato. Punto.
L’aspetto intimo di una persona è, appunto, una cosa intima, personale. È spesso anche un terremoto emotivo che si porta con sé dubbi, tormenti; e spesso necessita di un lungo e personale (lo sottolineiamo ancora una volta) processo di accettazione, e non di divulgazione. Quando tale persona sarà pronta a dire ai parenti, al gelataio, al mondo, a chi vuole chi è, come si sente, come si vive, sarà il momento giusto. E non lo può sapere nessuno se non quella stessa persona.
Ma in fondo la questione a cosa si riduce se non nel rispetto e nell’amore verso chi ci sta di fianco?