L’uomo è nato per correre?

Dai primi uomini fino alla filosofia del divano, proviamo a rispondere a questa domanda

Correre è innato

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    In qualsiasi forma scegliate di praticarla, da quella skippata a quella balzata, per arrivare a quella tradizionale, la corsa è una pratica “forzata” per grande parte dell’umanità, perché non rientra nella nostra quotidianità se non per una necessità. Corriamo per non perdere il treno, da qualcuno o verso qualcuno spinti dal pericolo o dal desiderio, corriamo per rimetterci in forma o durante l’attività fisica e sportiva, corriamo nella frenesia della vita quotidiana; e proprio perché è una “forzatura” del camminare normale, dobbiamo sottolineare con un “Vado a correre” o “Vado di corsa” per evidenziare l’eccezionalità della situazione.

    La domanda però, come diceva Lubrano, sorge spontanea: questa attività che da piccoli ci esaltava quando giocavamo a guardie e ladri e da adulti trova adepti che la praticano anche sotto scroscianti secchiate d’acqua divina, è davvero scritta nel nostro dna o è uno sforzo innaturale che facciamo solo per assecondare il dottore tabagista e per nulla salutista che ce l’ha imposta, mentre noi vorremmo solo starcene ben piantati con il sedere sul nostro divano di casa? 

    BABY I WAS BORN TO RUN

    La storia ci insegna che milioni di anni fa per i nostri antenati c’era solo un modo per procacciarsi il cibo per la propria sopravvivenza: correre. Correre per sfinire le prede, correre per procacciarsi il cibo nella distesa del deserto africano, correre, insomma, per vivere. Una necessità che nel corso dei secoli è venuta meno, in primis grazie alla nascita di strumenti che ci hanno permesso di cacciare senza necessariamente inseguire a perdifiato il nostro pranzo o la nostra cena, ma che inevitabilmente ci ha modellato dal punto di vista anatomico, predisponendo il nostro corpo alla corsa. Ma da dove arriva questa certezza che cozza con la teoria classica secondo cui l’attitudine alla corsa sarebbe in realtà “solamente” l’evoluzione del cammino? 

    Un punto di partenza possiamo collocarlo temporalmente nel 1984. Siamo nella Rift Valley, il pezzo di mondo tra Africa, Asia e Siria dove si pensa si sia sviluppata la specie umana, e un gruppo di archeologi trova uno scheletro. Si tratta del “Ragazzo del Turkana”. In pratica un Homo Ergaster. In pratica il capostipite di tutti gli umani corridori

    ALCUNI STUDI SULL’ARGOMENTO

    Da quel momento ci sono almeno due studi che vale la pena segnalare. Il primo è quello di Paolo Maccagno, ricercatore al Department of Anthropology dell’University of Aberdeen dal titolo “Lungo lento. Maratona e pratica del limite” e pubblicato in forma di libro, il secondo è del 2004 e porta la firma del biologo Dennis Bramble (della University of Utah) e dell’antropologo Daniel Lieberman (della Harward University). Maccagno ci spiega come la nostra conformazione fisica, dal tendine d’Achille fino alle dimensioni dei nostri piedi, sia tale da predisporci per la corsa anziché per la marcia; i due studiosi americani sostengono che la nostra evoluzione passi appunto dallo sviluppo di questa abilità e dall’Austrolopiteco, prodotto della selezione naturale da cui noi esseri umani deriviamo. 

    Una ricerca, quest’ultima, condotta prendendo in esame 26 tratti del corpo umano che, in linea con quella di Maccagno, afferma come proprio le nostre caratteristiche fisiche naturali ci abbiamo predisposto fin dalla notte dei tempi alla corsa. Dall’anatomia del cranio che funge da “casco” protettivo evitandoci il surriscaldamento, fino alla forma del piede, con il tallone che assorbe gli shock e le altre dita che contribuiscono alla spinta, tutto nel nostro corpo sembra essere stato creato per farci correre come i Tarahumara. Chi?

    TARAHUMARA, IL POPOLO NATO PER CORRERE

    Chihuahua, Messico. Fra grotte, ripari di fortuna, casette in legno e in pietra vive una popolazione, i tarahumara, che per spostarsi da un insediamento all’altro, distanti diversi chilometri fra di loro, fa l’unica cosa a cui i suoi abitanti sono stati addestrati sin da bambini: corre. I raramuri, nome con cui si fanno chiamare, lo  fanno tutti giorni, indipendentemente dall’età (pensate che anche gli ultra-sessantenni corrono più volte distanze da maratona) e, naturalmente, senza procurarsi il minimo infortunio muscolare.

    Scoperti dal gesuita Juan de la Fuente nel 1614 che li introdusse agli usi e costumi civili i tarahumara sono in grado di coprire distanze pari o superiori a 300km con la stessa naturalezza con cui chiunque di noi va a comprare il pane sotto casa e se vi chiedete come mai non li troviate nei palmares mondiali e olimpionici a stracciare record su record, umiliando preparatissimi campioni internazionali, la risposta è semplice quanto in qualche modo sconcertante: la distanza tradizionale della maratona di 42km e 200 metri è per loro troppo corta ed essendo abituati a correre praticamente in ciabatte (si, avete letto bene. In ciabatte) avrebbero difficoltà a farlo con scarpe tradizionali, come peraltro dimostrato alla loro unica partecipazione olimpica nel 1928, quando per via dei pochi chilometri da percorrere e per l’obbligo di portare calzature classiche due atleti originari dei tarahumara arrivarono solamente 32° e 35°.

    IL SEGRETO DEI TARAHUMARA

    Il segreto che gli permette di battere con grande facilità, però, anche il più preparato degli atleti (di appena due anni fa è la vittoria nell’Ultra Trail di Cerro Rojo, in cui la 22enne “tarahumara” Maria Lorena ha battuto tutti vestita in gonna, fazzoletto al collo e sandali in gomma)? La risposta anche in questo caso ha dell’incredibile perché ha a che fare con una dieta a base sostanzialmente di soli mais e fagioli. Un regime alimentare che però li mantiene sicuramente in ottima forma, grazie ad un basso livello di introduzione di colesterolo nell’organismo, oltre a un modestissimo consumo di sale e al tempo stesso il rispetto delle dosi giuste di vitamine. 

    Abituati nel corso della loro centenaria storia a violenze e saccheggi, i raramuri sono senza dubbio un esempio delle straordinarie capacità dell’uomo di adattarsi e di essere in grado di produrre sforzi fisici straordinari, oltre ad una dimostrazione vivente di come l’essere umano sia naturalmente nato per la corsa.

    Ma se la nostra corsa preferita fosse quella al divano?

    LA FILOSOFIA DEL DIVANO

    Se soltanto leggere la storia dei tarahumara vi ha fatto venire il fiatone e il vostro (il nostro) orizzonte degli eventi è quello di una serata affondati sul divano di casa, vale la pena dare un’occhiata al Nord Europa, più precisamente alla Finlandia, dove trascorrere una serata da soli, sorseggiando un drink e leggendo un libro o guardando un film, immersi tra i cuscini del soggiorno è una vera e propria filosofia di vita dal nome emblematico di Kalasarikannit che, per chi parlasse finlandese, definisce “la sensazione di ubriacarsi da soli in mutande con nessuna intenzione di uscire”

    Se la saggezza nordica non dovesse bastare a giustificare la vostra pigrizia nei confronti dell’attività fisica e della corsa, potete pure prendere a modello Homer Simpson, il cui amore per il divano è ben sintetizzato da un cortometraggio creato dal disegnatore e animatore americano Bill Blympton, o il Presidente Donald Trump che passa gran parte del suo tempo sul divano seduto davanti alla tv, giustificandolo nell’agenda di lavoro come “executive time”.

    Insomma, se lo fa un Presidente degli Stati Uniti, dovrebbe essere una scusa sufficiente per tutti.

    Fonti

    Repubblica

    Nature

    ScienceDaily

    Correre Naturale

    Running Passion

    Barefoot Running Italia

    La Gazzetta dello Sport 

    Ironia Bastarda

    Il Post 

    Il Foglio 

    Weber, R., (2007) Perché corriamo?, Segrate, Giulio Einaudi Editore

    Grion, L. (2019), La filosofia del running. Spiegata a passo di corsa, Milano, Udine, Mimesis Edizioni

    Lumholtz, C., (1904) El México desconodido, New York

    Bausari, C., (1929) Monografia de los Tarahumaras, Messico

    Ferrero, J., (1920) Pequena gramtica de la lengua tarahumara, Messico

    Antonin, A, (2009) Al paese dei Tarahumara, Milano, Adelphi

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