Come ci accorgiamo se un bambino è dislessico?

Campanelli di allarme e piani didattici personalizzati: ecco come affrontare la dislessia a scuola

bambino dislessico

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    In Italia si stima che il 2-4% della popolazione sia dislessica, a differenza di altri paesi in cui il numero risulta più alto. Questo perché l’italiano è una lingua in cui segni e suoni sono tendenzialmente regolari e corrispondenti, a differenza delle popolazioni con lingua inglese, ad esempio, in cui c’è un 5-8% della popolazione dislessica.

    Cos’è la dislessia?

    La dislessia è uno dei disturbi specifici dell’apprendimento (o DSA), un disturbo dello sviluppo di origine neurobiologico, caratterizzato da difficoltà di lettura. Questo disturbo dell’apprendimento è una condizione che si sviluppa a prescindere dall’intelligenza del bambino e della persona: il QI non necessariamente è basso, anzi, tanti lo hanno molto alto per compensare la mancanza dal lato della lettura e spesso sono bambini molto fantasiosi e creativi.

    Abbiamo parlato con Lidia Tommasini, docente di tedesco presso la SS.ma Annunziata e inglese all’Istituto Calasanzio di Empoli, che ci ha spiegato come riconoscere un bambino dislessico e gli accorgimenti da tenere, a scuola e a casa.

    Quando inizia a manifestarsi la dislessia?

    Non c’è un’età precisa. È un disturbo presente dalla nascita, ma è solo con l’inizio della seconda elementare che si può iniziare a far fare al bambino delle prove specialistiche (dal medico, dallo psicologo o dal logopedista).

    Ci sono dei casi particolarmente gravi, che manifestano alcune problematiche già all’asilo: non disegnano bene o non riescono a tenere correttamente in mano la penna o il pennarello, hanno un vocabolario ristrettissimo e non imparano parole nuove; questi sono tutti campanelli di allarme, ma in linea di massima si interviene a metà della seconda elementare, aspettando di vedere se vi è un assestamento con la lettura e la scrittura.

    Voi insegnanti come vi accorgete dei segnali di dislessia nel bambino?

    Innanzitutto bisogna fare delle differenziazioni. Ci sono più DSA, quali:

    • Dislessia, cioè il disturbo della lettura (in pratica, il bambino non sa codificare una parola)
    • Disortografia, cioè il disturbo della scrittura (moltissimi errori ortografici, soprattutto per quanto riguarda alcuni segni come la “s” e la “z” o scambia la “c” con la “g”, non riconosce le doppie, ecc.)
    • Disgrafia, cioè non muove bene la mano durante la scrittura (e questo può iniziare a essere visibile anche all’asilo)
    • Discalculia, cioè il disturbo dell’abilità di calcolo (non sa fare i calcoli)

    Quando a metà della seconda elementare ci accorgiamo che il bambino ha difficoltà evidenti nelle abilità fonologiche o non riesce a riconoscere suoni simili, parliamo con i genitori per far fare delle prove dallo specialista.

    E una volta che c’è la diagnosi di dislessia, l’insegnante come si comporta?

    A quel punto, la maestra prevede, in accordo con i genitori, un PDP (piano didattico personalizzato) coadiuvato da strumenti compensativi, come le mappe concettuali, e accorgimenti che aiutino il bambino a svolgere l’esercizio (ad esempio, l’insegnante legge ad alta voce i comandi delle verifiche o concede più tempo per la verifica stessa).

    Certo è che non viene toccato il contenuto degli esercizi, continua a fare il programma della classe, perché non è un ritardo cognitivo: svolge lo stesso programma semplicemente in modo più leggero, con gli strumenti necessari. Il bimbo sa di essere in difficoltà e metterà tantissima energia nel leggere bene, nel caso della dislessia, senza però fare attenzione a quello che ha letto. Invece, se l’insegnante glielo legge, il bambino è in grado di svolgere tranquillamente l’esercizio. Non va presa come una malattia da cui guarire e non è un ritardo cognitivo.

    Abbiamo visto quello che viene fatto… invece, cosa non si fa con un bambino dislessico?

    Non ci si arrabbia. Bisogna essere pazienti e se il bambino è grande (alle medie), dobbiamo insegnargli più che altro ad accettare la dislessia. Più volte mi è capitato che durante le verifiche alle medie i ragazzi si vergognano a tirar fuori e utilizzare le mappe concettuali perché loro si sentono diversi (e non vogliono sentirsi così), ma le devono usare perché altrimenti fanno scena muta o una verifica pessima, non tanto perché non hanno studiato, ma perché non hanno capito quello che c’era da fare. Quindi dobbiamo spronarli, fargli capire che non c’è niente di male a servirsi della mappa o delle tabelline.

    Un’altra cosa che non viene fatta è dire alla classe che “lui è un bambino diverso quindi avrà le mappe concettuali per le verifiche”; non viene detto niente alla classe proprio per non farlo sentire diverso.

    E a casa, come ci si deve comportare se abbiamo un figlio dislessico?

    È fondamentale che a casa il bambino continui il lavoro che si porta avanti in classe, quindi la collaborazione con la famiglia è essenziale. Molte famiglie vivono male il momento della comunicazione di questo disturbo perché sembra una malattia, ma non è una malattia…ma per il bene del bambino dalle famiglie c’è collaborazione anche a casa, soprattutto dopo aver spiegato il PDP e gli strumenti che vengono utilizzati a scuola.

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