Mamme al rapporto: racconti di gravidanza durante il Covid-19

Le mamme ci hanno raccontato com'è stato partorire durante la pandemia

Gravidanza durante il Covid

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    Nove mesi sono passati, il pancione è cresciuto e così il bambino dentro. Le doglie, la corsa in ospedale, la mano stretta intorno al compagno. Il dolore, il parto. Il primo vagito. E poi la calma, ormai è fatta: la gioia sui volti dei genitori quando vedono che è andato tutto bene. Sono momenti rapidi ma si tratta di attimi che ogni madre (e ogni padre) ricorderà per sempre.

    Ogni giorno nascono più o meno 200 mila bambini in tutto il mondo e tutto questo non poteva certo arrestarsi durante il Covid-19. Per molte madri la gravidanza si è conclusa proprio in quei mesi decisivi di quarantena. Un’esperienza che non dimenticheranno mai.

    Come si sono sentite in quel momento? Quali sono state le loro più grandi paure? Non possiamo immaginare cosa significhi dare alla luce un bambino in una situazione così fragile come quella in cui molte mamme e neo-mamme si sono ritrovate durante la pandemia.

    Così ho deciso di chiedere direttamente a loro. Ho fatto un giro su alcuni gruppi di Facebook chiedendo ad alcune madri se fossero disponibili a raccontare la loro storia: una storia di maternità e pandemia, di ansie e di paure, con l’unica certezza di poter stringere il proprio bambino tra le braccia. Hanno risposto in tantissime, da ogni parte dell’Italia.

    Diverse per età e per esperienze, queste mamme sono tutte accomunate dalle stesse paure: l’ansia del contagio, la solitudine, il timore di non poter rivedere i compagni e la famiglia. Ed eccole qui, con la loro storia. Sono loro le protagoniste di questo articolo.

    La storia di Valentina

    “Mi chiamo Valentina, ho 32 anni, vivo a Milano e sono impiegata nell’azienda di famiglia”, inizia così Valentina, che ha partorito la sua prima bambina all’ospedale Mangiagalli di Milano. “Ho un lavoro che mi appaga e che mi ha permesso fin da subito di godermi la gravidanza ed altrettanto potrò godermi e crescere la mia bambina”.

    Valentina sapeva bene che avrebbe partorito in piena emergenza Covid. La paura di restare da sola in un momento così delicato è ciò che l’ha fatta preoccupare di più durante la gravidanza. Un sentimento che non è scomparso del tutto nemmeno dopo il parto, da sola con la bambina, senza poterla far conoscere subito alla sua famiglia e al resto del mondo.

    “Il parto è andato bene alla fine. Mi hanno fatto il tampone prima di essere ricoverata, poi un uso costante della mascherina, ventiquattr’ore su ventiquattro. Il personale medico dell’ospedale è stato comprensivo in merito al disagio che noi mamme stavamo provando. L’unica nota negativa è che non ho potuto avere il mio compagno vicino. Questa cosa mi pesava molto, tanto che dopo il parto abbiamo chiesto la degenza privata.

    Il ritorno a casa è stato da un lato positivo, dall’altro no. Volevo vivere quel momento speciale nell’intimità della nostra famiglia. Io, la bambina, il papà ed il nostro cane. Dall’altro lato mi sono resa conto che avrei avuto bisogno di una mano dopo che il mio compagno è tornato a lavorare”.

    La storia di Anna

    “Ho partorito all’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo. Noi mamme eravamo tutte in stanze singole e dovevamo tenere la mascherina quando gli infermieri e i medici entravano in stanza: erano molto disponibili, sempre pazienti e confortevoli.

    Una delle mie più grandi paure è stata quando iniziava a esserci il dubbio che i papà non sarebbero rimasti con noi e che le visite sarebbero state limitate anche per i famigliari più stretti. Mi piangeva il cuore sapere che il papà fosse fuori, sicuramente preoccupato: è stata la nostra prima bambina e avrei voluto che anche lui vivesse quest’esperienza con me.

    Mi è dispiaciuto tantissimo che mia figlia non sarebbe stata festeggiata come merita, circondata da parenti e amici. Avevo immaginato per nove mesi in modo diverso il momento della sua nascita. Quando sono tornata a casa, da una parte è stato ottimo non avere troppe persone intorno. Sono riuscita a dedicarmi totalmente alla mia bambina, investendo molto tempo sull’allattamento. Ma avrei voluto vicino i miei genitori e soprattutto mio fratello, che purtroppo ancora non conosce la nipote”.

    Nemmeno in un momento simile è mai stata da sola. Anna ha ricevuto il conforto e la comprensione delle madri conosciute su un gruppo Facebook, tutte in una situazione simile alla sua.

    La storia di Giada

    Giada ha 31 anni, milanese di nascita ma trasferitasi a Brescia insieme al marito e al figlio per poter coltivare una sua grande passione: allevare cavalli. È il 26 marzo quando partorisce il secondo figlio alla Poliambulanza di Brescia.

    “Ero da sola in ospedale, non potevo avere vicino mio marito durante il travaglio e il parto. Quando ho avuto il nostro primo bambino, mio marito passava circa 15/16 ore in ospedale in camera con me. Mi ha accompagnato in ospedale nel momento in cui si sono rotte le acque, poi se n’è andato e qualche ora dopo, a travaglio attivato, l’ho chiamato dicendogli che poteva venire. È stato con me giusto per vedere il bambino, poi è tornato a casa e ci siamo rivisti il giorno delle dimissioni.

    In stanza eravamo da sole e si stava anche bene in una situazione così: si evitavano i numerosi (e rumorosi) parenti della vicina di letto. Lì eravamo libere di fare quello che volevamo: dormire, allattare, rimanere mezze nude per comodità. Ma senza mai poter uscire dalla camera, se non per necessità.

    Ho dovuto affrontare il travaglio e il parto con indosso la mascherina. In un momento in cui si soffre così intensamente, avere una cosa che ti blocca il respiro è estenuante. Ci sono stati momenti dove me la toglievo e la lanciavo via, ma l’ostetrica me la faceva di nuovo indossare. Mentre aspettavo di entrare in sala parto e avevo le contrazioni forti, non mi hanno permesso di appoggiarmi a nessuna superficie.

    In camera abbiamo dovuto tenere la mascherina la maggior parte del tempo, soprattutto quando entravano i medici o le ostetriche per visitarci. Ero convinta di trovarmi delle persone più disposte ad aiutare, a stare vicine anche con una parola di conforto. Invece il personale dell’ospedale era sempre indaffarato, schivo, faceva lo stretto necessario e se ne andava, lasciandoci sempre da sole.

    Tornare a casa, poi, è stato surreale: era come essere in una bolla di sapone. Una volta uscita dall’ospedale, non c’era anima viva per strada. Tutto così silenzioso e “lento”. Rientrata in casa, era come se non fosse cambiato niente. Tutto come prima di uscire per andare in ospedale”.

    La storia di Chiara

    “Le paure più grandi? Dover affrontare da sola il parto e la degenza in ospedale, senza mio marito e senza mia mamma. Temevo di non potercela fare ad occuparmi da sola della bambina senza il supporto della mia famiglia. Spesso la stanchezza ha preso il sopravvento ma piano piano, nonostante le difficoltà iniziali, ce l’ho – e ce l’abbiamo – fatta.

    Ho partorito all’ospedale Giovanni Paolo II di Ragusa ed è andato tutto bene. Avevo fatto yoga durante la gravidanza e questo mi ha aiutato a mantenere la calma, a controllare il respiro (partorire con la mascherina non è il top) e a non farmi prendere dal panico. Appena arrivata al pronto soccorso mi hanno misurato la febbre, la pressione, fatto domande per capire se fossi stata a contatto con qualche contagiato. In camera potevo stare senza mascherina, ma durante il parto e in corridoio dovevo indossarla.

    Appena ho saputo che mio marito non poteva assistere al parto e che ci saremmo rivisti a casa, ho pianto per giorni. Avevo troppa paura ad affrontare tutto da sola, ma una volta arrivata in ospedale mi sono fatta coraggio: mia figlia doveva venire al mondo lo stesso e lei sarebbe stata la mia forza. Così è stato.

    Il ritorno a casa è stato bruttissimo. Piangevo ad ogni chiamata dei miei genitori, di sorelle, zii, cugini… Tutti aspettavano con ansia l’arrivo della prima nipotina. Si parlava della festa che avremmo dovuto fare una volta tornate a casa e invece siamo state da sole, senza confetti e senza auguri se non quelli fatti al telefono. Ma dopo il primo mese mia madre ha iniziato a venire a casa ad aiutarmi con la bambina, così l’ho avuta spesso vicino.”

    La storia di Alice

    Alice è un’educatrice ed è madre di due bambini: uno di loro è nato il 3 aprile all’ospedale Infermi di Rimini, nel pieno della pandemia.

    “Prima di partorire ero molto in ansia. Avevo paura che il mio compagno non potesse assistere al parto e starmi accanto, ma non è andata del tutto così: è stato presente in quel momento così importante, ma è dovuto andare via due ore dopo la nascita. È stato davvero triste. Ero molto preoccupata anche per l’altro figlio piccolo, che non avrei potuto vedere per qualche giorno.

    Nessuno poteva restare con me e durante le notti in ospedale mi sentivo veramente sola: se fosse successo qualcosa, dovevo affrontarla da sola, senza la presenza del mio compagno o di mia madre. Tuttavia ciò mi ha permesso di conoscere meglio il piccolino.

    Quando tornai a casa, trovai mia madre ad aspettarmi. La sua presenza è stata una benedizione: è rimasta ad aiutarmi con il primo bimbo mentre ero in ospedale. Quindi almeno ho avuto lei vicino. È stato molto triste che tutti gli altri abbiano conosciuto Nicolò soltanto dopo il primo mese di nascita.”

    Conclusioni

    “La gravidanza da sola è stata molto triste”, racconta Chiara. “Avevo paura di non essere in grado”, continua Valeria. “Non ho ricevuto alcun aiuto, come spesso accade noi donne – e mamme – veniamo dimenticate“, aggiunge un’altra mamma.

    Quando la presenza di amici, compagni e famiglia viene a mancare, spesso si trova conforto proprio sui social. Su Facebook esistono molti gruppi con dentro mamme, papà ed educatori che condividono la loro esperienza, si scambiano idee sull’allattamento e su come crescere il bambino, raccontano le loro storie. Per cercare consiglio o anche solo per avere una parola di conforto. Usciamo da un periodo in cui eravamo distanti ma ci siamo ritrovati vicini sui social, uniti da una situazione che ci ha coinvolto tutti.

    Hanno risposto in tantissime alla richiesta di raccontare (e raccontarsi). Sono le storie di donne molto diverse tra loro, ma tutte unite da uno stesso filo: la paura di non poter avere vicino i propri famigliari, di contagiare il bambino, la fatica di dover indossare una mascherina fino alla fine del parto. Sono racconti come questi, condivisi sui social, a dare forza ad altre madri nel momento del bisogno.

    Sono state tante le risposte e vorremmo ringraziare tutte le madri che hanno partecipato a questa piccola call to action. A Chiara, Sabrina, Giulia, Valeria, Simona, Alessandra, Elisa, Federica, Daniela e tutte le altre mamme dei gruppi Facebook che hanno contribuito.

    Fonti

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