La sindrome di hikikomori, fenomeno di autoreclusione giovanile presente anche in Italia

Tante domande e qualche risposta insieme a Marco Crepaldi, psicologo presidente dell’associazione "Hikikomori Italia Genitori" e autore del libro “Hikikomori. I giovani che non escono di casa”

Sindrome Hikikomori Italia

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    La parola hikikomori, letteralmente significa ritirarsi, isolarsi dal mondo, interrompendo volontariamente i rapporti con le altre persone. Etimologicamente nasce dalle parole hiku «tendere» e komoru «ritirarsi», termine coniato dallo psichiatra giapponese Saito Tamaki, che negli anni ’80 riconobbe questa condizione psico-sociale sempre più crescente nei giovani, che per ragioni spesso legate a una forma di apatia scolastica, interrompevano le relazioni sociali e si ritiravano nella loro stanza, per lunghi periodi di tempo, rifiutando il contatto con il mondo esterno. In inglese il termine hikikomori è stato tradotto come social withdrawal, cioè «ritiro sociale»: si fa riferimento a un periodo di ritiro che perdura da almeno sei mesi e viene associato a bambini, adolescenti e giovani adulti al di sotto dei 30 anni, perlopiù appartenenti all’universo maschile, che la società giapponese carica di maggiori aspettative sociali.

    Sindrome hikikomori in numeri

    I dati ufficiali dai Centri di supporto Npo (Non-profit Organization) confermano che gli adolescenti che praticano hikikomori in Giappone sono attualmente più di un milione, di cui il 90% di sesso maschile, di estrazione sociale medio-alta e figli, spesso unici, di coppie stabili. I dati ufficiali potrebbe essere falsati ed essere in realtà numericamente superiori: la motivazione risale al fatto che molte famiglie non fanno emergere il problema per vergogna. 

    Hikikomori e dipendenza da Internet

    Il fatto che i ragazzi hikikomori trascorrano metà della loro giornata al computer, navigando su Internet e cibandosi di manga e videogame, ha portato alla diatriba tra chi vede la dipendenza da internet e videogiochi come fattore primario rispetto al ritiro sociale e chi lo definisce un fattore secondario, considerando invece l’utilizzo di internet e dei social network come l’unico modo per il giovane hikikomori di mantenere un contatto con il mondo esterno.

    Relativamente a questa sindrome, continua l’antropologa Ricci, Internet non ha avuto nessun nesso causale, ma la sua presenza costituisce un ritrovato tecnologico perfettamente funzionale rispetto all’esperienza segregativa, attraverso tre sue peculiarità:

    • la messa in atto di Pratiche ludiche 
    • l’assunzione di personalità fasulle
    • la parvenza di una vita normale

    Hikikomori: i possibili perché

    Michael Zielenziger, giornalista americano corrispondente da Tokyo, che per primo ha fatto conoscere al mondo occidentale il fenomeno hikikomori attraverso il libro “Non voglio più vivere alla luce del sole”, sostiene la tesi che dipenda dalla logica sociale giapponese, intrisa di sentimenti come la vergogna e l’orgoglio, capaci di paralizzare l’individuo. Secondo Zielenziger gli hikikomori, chiudendo la porta al mondo esterno, potrebbero apparire infantili, ma le loro reazioni andrebbero viste anche come un rifiuto molto sincero alla bruttezza, all’ipocrisia e all’inganno della società moderna. 

    Spesso il ritiro dai banchi di scuola è associato a episodi di bullismohikikomori intervistati raccontano di aver subito violenze verbali e fisiche – e alla durezza del sistema scolastico giapponese, le cui selezioni per l’accesso alle scuole superiori e all’Università rappresentano un difficile scoglio per gli studenti. 

    Un’altra motivazione al fenomeno può essere attribuita al contesto sociale andato in crisi dopo la Seconda Guerra Mondiale: il modello familiare tradizionale giapponese, basato sulla famiglia allargata, è andato in crisi sostituito dal modello occidentale, in cui il padre,  lavorando fuori casa tutto il giorno, demanda l’educazione dei figli alla madre.

    Hikikomori in Italia

    In Italia è nata nel giugno 2017 l’Associazione “Hikikomori Italia Genitori”, aperta a tutti i genitori e parenti di ragazzi con problemi di isolamento sociale che desiderano sostenere la causa di “Hikikomori Italia”, si stima approssimativamente che nel nostro paese esistano almeno 100 mila casi di hikikomori. Di seguito una breve intervista a Marco Crepaldi, presidente dell’associazione e autore del libro “Hikikomori. I giovani che non escono di casa”.

    Quali sono le cause dell’hikikomori?

    «Ci sono molte concause dietro all’hikikomori. Quella sociologica è sicuramente l’aumento della competizione sociale caratteristica della società capitalistica moderna. Tale competizione aumenta esponenzialmente la pressione di realizzazione sociale, ovvero il fatto di dover raggiungere un successo nella vita, che può includere tutte le sfere, da quella lavorativa a quella sentimentale e amicale. Nel nostro sito raccogliamo molte testimonianze di ragazzi e ragazze che raccontano la loro storia.

    Andando nelle cause più micro, sicuramente l’hikikomori è un ragazzo che ha paura del giudizio sociale e ha l’ansia del fallimento, di non essere all’altezza degli altri, oppure semplicemente si sente diverso dagli altri. Poi c’è quella che io definisco la “causa razionale”, ovvero una crescente sfiducia e pessimismo nei confronti della società moderna e di tutte le persone che la compongono. Di fatto gli hikikomori rifiutano i valori sociali moderni in cui faticano a identificarsi.»

    Che ruolo hanno la famiglia e la scuola in questo fenomeno sociale?

    «Un ruolo fondamentale. Noi come associazione partiamo sempre dai genitori, poiché dinamiche famigliari scorrette sono spesso alla base del problema. Abbiamo gruppi di supporto psicologico in tutta Italia, dove cerchiamo di tramandare quelle che definiamo essere “le buone prassi”, ovvero una serie di comportamenti psico-attitudinali che aiutino i genitori a ricomporre l’alleanza con il figlio e, di conseguenza, aprire almeno la prima porta, ovvero quella della camera da letto.»

    Come possiamo intervenire per aiutare i ragazzi che ne soffrono e come ce ne accorgiamo?

    «La prima cosa da fare è cercare di abbassare la pressione che sentono sulle loro spalle, riconoscerne il malessere senza banalizzarlo e intervenire sempre a livello sistemico, ovvero coinvolgendo nel processo di intervento non solamente il soggetto isolato, bensì tutta la famiglia. L’hikikomori è di fatto il sintomo di un malfunzionamento sociale, non può essere interpretato come un problema esclusivamente del singolo.»

    Anche l’autrice Carla Ricci scrive così: «Ho percepito che hikikomori non poteva essere considerato solo come una forma di depressione personale, ma un’espressione ben più ampia di sofferenza sociale. È difficile per noi occidentali comprendere come si possa agire senza compiere alcuna azione oppure come si possa parlare senza pronunciare parole.» 

    Fonti

    Hikikomori ItaliaDoppiozero.com
    “Hikikomori: i giovani che non escono di casa” di Marco Crepaldi
    “Hikikomori: adolescenti in volontaria reclusione” – Carla Ricci
    “Non voglio più vivere alla luce del sole” – Michael Zielenziger
    “Aspettando Godot a Tokyo” di Yosuke Taki

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