Aneurisma, Emilia Clarke ha raccontato al New Yorker la sua storia

La madre dei draghi ha superato giovanissima due aneurismi cerebrali, dando vita a SameYou, il progetto di beneficenza a favore del personale sanitario

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    Quando tutti i miei sogni d’infanzia si stavano avverando, ho quasi perso la testa e la vita. Non ho mai raccontato questa storia pubblicamente, ma adesso è il momento di farlo”.

    Emilia Clarke inizia così il suo racconto sulle pagine del New Yorker dello scorso marzo 2019 e ci lascia un po’ spiazzati. Lei è la temuta Daenerys Targaryen di Game of Thrones, un’attrice di 34 anni dal sorriso coinvolgente, che non perde occasione di far divertire fan e spettatori ai talk show cui partecipa. La notizia che dietro questo volto allegro si sia combattuta una battaglia per la vita è arrivata un po’ a ciel sereno, eppure il racconto in prima persona di Emilia è vero, toccante e molto ricco di spunti di riflessione.

    La pressione di un’attrice agli esordi 

    Decide di partire da quello che succedeva nel 2011, alla fine delle riprese della prima stagione di Game of Thrones (GoT), quando lei era praticamente agli esordi della sua carriera e aveva da poco conosciuto il suo personaggio, una giovane principessa agli inizi di un’avventura tragica e avvincente che l’avrebbe tramutata in una spietata guerriera. Spiega senza giri di parole che sotto i costumi di Daenerys si sentiva spaventata: “… dall’attenzione, da un ambiente che capivo ancora poco, spaventata all’idea di deludere la fiducia che i creatori di GoT avevano riposto in me. Mi sentivo esposta, sotto ogni punto di vista”. Proviamo e metterci nei panni di una donna di 25 anni, alle prime armi nel mondo dello spettacolo, in un tempo ancora lontano dallo scoppio del movimento #metoo e dalla presa di coscienza femminile, pubblica e collettiva, di Hollywood; non dovrebbe essere difficile sentirsi un po’ sopraffatti. “Mi facevano sempre la stessa domanda, una variazione sul tema: “Interpreti una donna molto forte, eppure ti spogli. Perché?” e nella mia testa pensavo di rispondere: “Quanti uomini devo uccidere per dimostrare chi sono?”. La pressione su di lei era alta, il contesto in cui operava era quello che si era scelto fin da piccola, consapevole dei pro e dei contro che si sarebbero presentati, ma non per questo meno faticoso.

    Come molti colleghi e colleghe, per rilasciare un po’ dello stress quotidianamente accumulato, Emilia aveva iniziato ad allenarsi in palestra con un personal trainer. “La mattina dell’11 febbraio 2011 mi stavo vestendo nello spogliatoio di una palestra nel Crouch End di Londra quando inizio a sentire un forte mal di testa. […] Cercavo di ignorare il dolore, ma ad un certo punto non ce l’ho più fatta. […] Ho raggiunto di corsa il bagno e ho iniziato a stare molto male. Nel frattempo il dolore peggiorava, era lacerante, pungente e asfissiante. In un certo senso sapevo cosa stava succedendo: il mio cervello era danneggiato”. Purtroppo l’aneurisma cerebrale si manifesta senza preavviso, un dolore opprimente. “Mi hanno spiegato, in seguito, che quasi un terzo delle persone colpite da aneurisma cerebrale muoiono immediatamente, o comunque poco dopo. Per chi sopravvive è necessario un trattamento urgente che isoli l’emorragia, anche perché le probabilità che ne arrivi una seconda, fatale, è molto alta. Per continuare a vivere senza terribili deficit cerebrali mi sarei dovuta operare e anche in questo caso non c’era il cento per cento di garanzie che sarebbe andato tutto bene”.

    Cosa s’intende per aneurisma cerebrale

    L’aneurisma in sé è una dilatazione progressiva del segmento di un vaso sanguigno, una vena o, come nella maggior parte dei casi, un’arteria – spesso l’arteria addominale – dove si presenta come una sorta di rigonfiamento pulsante. La ragione dell’alto rischio per la salute sta nel fatto che il vaso, sottoposto ad una tale pressione sanguigna anomala in un solo punto, potrebbe rompersi causando un’emorragia, molto forte nel caso di arterie, e portare così alla morte in breve tempo. Le cause vanno dall’ipertensione dei vasi sanguigni, sottoposti costantemente ad un’alta tensione che a lungo andare li indebolisce, all’aterosclerosi, una malattia cronica che si manifesta negli adulti come infiammazione arteriosa, fino a varie tipologie di disordini genetici.

    Si parla di aneurisma cerebrale quando la dilatazione colpisce una qualsiasi delle arterie del cervello, spesso si crea nella biforcazione tra due vasi e quasi un 5% della popolazione ne è portatore inconsapevole: o non viene mai scoperto, oppure viene trovato mentre si stanno facendo controlli e accertamenti per altri motivi. Una volta individuato si procede con una radiografia della zona interessata, con la quale è possibile calcolare il diametro e il conseguente grado di pericolosità. Nel caso in cui la dilatazione sia di dimensioni critiche (uguale o maggiore di 7 mm) si interviene, generalmente tramite intervento chirurgico di rimozione oppure con un clippaggio, l’apposizione di una specie di molletta che ferma la malformazione vascolare impedendole di spostarsi e di causare un’emorragia. 

    Sintomi e prevenzione

    Alle volte sentivo la testa un po’ leggera, soffrivo di bassa pressione e battito cardiaco debole. Mi è successo, qualche volta, di avere le vertigini e svenire. Quando avevo quattordici anni ebbi un’emicrania che mi tenne a letto due giorni e durante gli anni alla scuola di recitazione mi succedeva di collassare una volta ogni tanto. Tutto questo però mi sembrava parte dello stress dell’essere attrice o comunque della vita in generale. Solo ora penso che potrebbero essere stati tutti segnali d’allarme”. In effetti, la sintomatologia di un aneurisma non permette una vera diagnosi preventiva, dipende da se e quanto la dilatazione spinge sulla struttura che ha attorno, episodi come quelli raccontati da Emilia potrebbero essere facilmente presi sottogamba: stanchezza, difficoltà di percezione, perdita dell’equilibrio, difficoltà alla vista.

    Una delle condizioni più debilitanti, che può verificarsi anche nel post-operatorio, è l’afasia, la difficoltà ad articolare il linguaggio, come conseguenza del grande stress cui viene sottoposto il cervello. “Una notte, dopo che avevo superato il periodo cruciale [due settimane dall’operazione, n.d.r.], un’infermiera mi sveglia e come parte di una serie di esercizi cognitivi mi chiede come mi chiamo. Il mio nome completo è Emilia Isobel Euphemia Rose Clarke, ma io in quel momento non riuscivo a ricordarlo. Al suo posto mi uscivano dalla bocca parole senza senso, sono andata nel panico. Non avevo mai sperimentato una cosa simile, la sensazione di una condanna che si avvicina. Non riuscivo a vedere il futuro, non aveva senso vivere in quel modo. Sono un’attrice, devo ricordarmi le battute, e in quel momento non riuscivo a ricordare neanche il mio nome”. Come nel caso di molte malattie che colpiscono il cervello umano, la paura e lo sconforto derivanti dalla possibilità di rimanere danneggiati per sempre è elevata.

    Sono poche le pratiche di prevenzione attuabili nei confronti di una malattia così imprevedibile come l’aneurisma: smettere di fumare, limitare l’utilizzo di alcool e caffeina anche riduce il rischio di ipertensione vascolare, conoscere l’eventuale storia clinica e genetica della propria famiglia e fare regolari screening qualora ci siano fattori di rischio sono delle buone misure preventive. 

    Inoltre è importante cercare di non tenere il corpo sempre sotto tensione e non sottovalutare frequenti episodi di mancamenti. Un’attenzione in più rispetto a questi elementi e potremmo scoprire l’aneurisma quando ancora non è un problema, meglio giocare d’anticipo.

    Non dare nulla per scontato

    Il recupero da un’operazione al cervello non è mai facile. Emilia Clarke racconta di aver ripreso a lavorare alla seconda stagione di GoT con una profonda insicurezza, la necessità di assumere morfina per tenere sotto controllo il dolore e di faticare il doppio per ricordare le battute. Nel 2013 un controllo evidenzia una nuova dilatazione, molto grande, e lei si sottopone ad un secondo intervento chirurgico. Una seconda emorragia cerebrale rende più lunga e difficile l’operazione della prima volta, così come il conseguente recupero, che Emilia dice essere stato caratterizzato dalla paura, rinnovata, di perdere qualche funzione cognitiva, se non proprio quella di non sopravvivere.

    Condividere pubblicamente la sua storia è stato un gesto di riconoscenza nei confronti di chi si è preso cura di lei, il suo tentativo di ricordare che la sanità e il benessere di tutti passa attraverso l’importante lavoro del personale sanitario. “Tantissime persone hanno sofferto molto più di me, senza le cure che io sono stata così fortunata ad avere. […] Sono sopravvissuta. Sono sopravvissuta alle interviste e a molto altro. Dopo la seconda operazione sono guarita oltre ogni speranza ragionevole. A parte il mio lavoro come attrice, ho deciso di dedicarmi completamente ad un progetto di beneficenza, che ho contribuito a sviluppare insieme ad altri partner inglesi e americani: si chiama SameYou e punta a fornire assistenza nel trattamento dei pazienti ricoverati per danni al cervello e infarti”.

    Come ogni storia di sopravvivenza, anche quella di Emilia Clarke colpisce con una potenza unica chi legge – o ascolta la sua voce nell’intervento radio allegato all’articolo. La forza di questo racconto sta anche nel fatto che può raggiungere tante persone e invitarle a non dare nulla per scontato, ad informarsi il più possibile. Su questa scia, ricordiamo che sul nostro territorio opera l’Osservatorio Ictus Italia che raccoglie informazioni e pubblicazioni sull’argomento aneurisma e ictus, e tiene aggiornato l’elenco di progetti istituzionali e privati attivi nello sviluppo di tecnologie e trattamenti specifici per questa malattia: vi invitiamo a fare un giro nel loro portale per saperne qualcosa di più.

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