Gli studi riportano una rapida perdita di anticorpi contro il COVID-19

I risultati, sebbene preliminari, suggeriscono che i sopravvissuti all'infezione da SARS-CoV-2 possono essere suscettibili alla reinfezione entro poche settimane o mesi.

anticorpi covid

Sommario
    Tempo di lettura Tempo di lettura terminato
    0
    Time

    Il noto magazine The Scientist ha pubblicato un interessante articolo riguardante recenti scoperte sulla permanenza degli anticorpi specifici contro il COVID-19. Lo abbiamo tradotto per voi, buona lettura. 

    Una serie di studi pubblicati questa settimana sta facendo luce sulla durata dell‘immunità post COVID-19, mostrando come i pazienti perdano i loro anticorpi IgG – anticorpi specifici contro il virus, a formazione lenta e associati all’immunità a lungo termine – entro poche settimane o mesi dopo la guarigione. La maggior parte delle persone infettate producono anticorpi contro il COVID-19, e anche piccole quantità (di questi anticorpi) possono ancora neutralizzare il virus in vitro, secondo un lavoro precedente. Questi ultimi studi, però, non sono stati in grado di stabilire se la perdita di anticorpi renda gli individui nuovamente a rischio d’infezione da coronavirus.

    Uno degli studi ha scoperto che il 10% di quasi 1.500 pazienti contagiati dal COVID hanno registrato livelli di anticorpi non rilevabili entro poche settimane dalla prima comparsa dei sintomi, mentre il 74% risulta aver perso gli anticorpi generalmente entro due/tre mesi dopo il recupero dall’infezione, in particolare tra quelli che si sono dimostrati positivi ma asintomatici.

    Al contrario, le infezioni causate dai “cugini” di questo nuovo coronavirus, come SARS e MERS, permettono di produrre anticorpi che rimangono nel corpo per quasi un anno, secondo il New York Times.

    Il primo studio, pubblicato il 16 giugno sul server di prestampa medRxiv, ha selezionato gli anticorpi in quasi 1.500 pazienti affetti da coronavirus a Wuhan, in Cina. I ricercatori hanno confrontato i loro livelli con altri tre gruppi:

    • quasi 20.000 membri della popolazione generale;
    • più di 1.600 pazienti ricoverati in ospedale per motivi diversi dal COVID-19;
    • più di 3.800 operatori sanitari, che gli autori presumevano fossero stati “inevitabilmente” esposti al virus, il che significa che avrebbero dovuto sviluppare anticorpi.

    Hanno scoperto che mentre quasi il 90% dei pazienti con COVID-19 aveva anticorpi, contro circa l’1-5% delle persone negli altri gruppi. Gli autori concludono nel loro articolo che il restante 10% dei pazienti infetti senza anticorpi rilevabili, combinato con la mancanza di anticorpi negli operatori sanitari, suggerisce che “dopo l’infezione da SARS-CoV-2, è improbabile che le persone producano anticorpi protettivi di lunga durata contro questo coronavirus”.

    Nel secondo studio, pubblicato il 18 giugno su Nature Medicine, i ricercatori hanno confrontato le risposte immunitarie di 37 pazienti asintomatici ma positivi con un numero uguale di sintomatici gravi che vivono nel distretto di Wanzhou in Cina. Hanno scoperto che gli individui asintomatici hanno reagito con meno forza all’infezione, con il 40% di livelli non rilevabili di anticorpi protettivi nei due o tre mesi dopo l’infezione rispetto al 13% dei pazienti sintomatici.

    “Nel complesso questi risultati sono interessanti e stimolanti, ma sono necessarie ulteriori ricerche, seguendo un gran numero di persone nel tempo”, afferma Daniel Davis, immunologo dell’Università di Manchester, a Newsweek. “Solo allora sapremo chiaramente quante persone producono anticorpi una volta infettate dal coronavirus e per quanto tempo.”

    Le discrepanze tra i soggetti rispecchiano ciò che Anthony Fauci, direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, ha osservato in prima persona. In una conversazione con Howard Bauchner, caporedattore del Journal of American Medical Association all’inizio di questo mese, ha affermato che oltre alla mancanza di coerenza tra i metodi di test, gli individui non hanno “una risposta immunitaria uniformemente forte”. Questo fatto può rendere difficile lo sviluppo di un vaccino che funzioni ugualmente bene per tutte le persone.

    “Questi risultati evidenziano la necessità di sviluppare vaccini forti, perché l’immunità che si sviluppa naturalmente durante l’infezione è subottimale e di breve durata nella maggior parte delle persone”, dice al New York Times Akiko Iwasaki, immunologo virale della Yale University, non coinvolto in nessuno studio. “Non possiamo fare affidamento sull’infezione naturale per raggiungere l’immunità di gregge“.

     

    Qui l’articolo in lingua originale.

    Lascia il tuo commento

    Non verrà mostrata nei commenti
    A Good Magazine - Newsletter
    è il contenuto che ti fa bene! Resta aggiornato sulle malattie digitali

    Ho letto e accetto le condizioni di privacy