Come e perché si è originata la monogamia?

Perché molti animali sono monogami? Come ha potuto evolversi questo comportamento sociale se la poligamia tende a far generare più figli, specialmente per i maschi? Analizziamo questa “stranezza” del mondo animale, abbastanza frequente nei primati, ma molto meno negli altri mammiferi

origine monogamia

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    Nei precedenti articoli sulle cure parentali abbiamo visto come monogamia e cure parentali siano strettamente connesse. Ma è davvero così? E soprattutto: se avere tanti partner di solito garantisce un maggior numero di figli (e quindi una distribuzione maggiore dei propri geni), come ha fatto a evolversi questo comportamento sociale?

    Per rispondere a questa domanda dobbiamo fare prima un breve passo indietro e vedere, con l’esempio di alcuni studi classici, quali sono le domande a cui risponde la mia materia preferita: l’etologia. Dopodiché passeremo alle più recenti spiegazioni di questo comportamento nei mammiferi e, più nello specifico, nei primati.

    Prima di cominciare, occorre una precisazione: la mia NON è un’ode al maschilismo, alla gelosia o altro! Riporto solo i dati biologici di quello che succede in natura.

    Monogamia: il caso dell’arvicola della prateria

    Come detto, partiamo da uno studio ormai diventato classico: la monogamia nell’arvicola della prateria (Microtus ochrogaster). Per chi non sapesse cosa sia una arvicola, ecco una breve descrizione: l’arvicola è un roditore simile al topo che vive in cunicoli nelle praterie della parte centrale degli Stati Uniti e sud del Canada. Da non confondere con l’arvicola dei prati (Microtus pennsylvanicus), animale praticamente identico al primo ma con una differenza enorme: è poligamo.

    Questi due animali hanno praticamente tutto in comune: dieta, luoghi in cui vivono, ecc ecc. Praticamente occupano, per usare un termine tecnico, la stessa nicchia ecologica. L’unica sostanziale differenza sta nella strategia di riproduzione: l’arvicola della prateria è monogama, quella dei prati no. Come è possibile che la monogamia si sia sviluppata solo in una delle due specie? Le risposte sono diverse e assolutamente non auto-esclusive. Anzi, potremmo dire che le varie risposte sono complementari.

    Partiamo dalle cause fisiologiche; alcuni ricercatori dell’Emory University hanno scoperto che nelle cellule cerebrali dell’arvicola della prateria sono presenti un gran numero di recettori per un ormone specifico: la vasopressina. Questo ormone viene prodotto dall’ipofisi durante l’atto dell’accoppiamento. Quando questo ormone raggiunge i centri ricchi di recettori che si trovano nel pallium ventrale si avvia una reazione a catena a feedback positivo che genera una sensazione di gratificazione. Manca solo la sigaretta per un totale appagamento. Questa sensazione di gratificazione porta il maschio a sviluppare un attaccamento sociale durevole con la femmina. Tutto questo non avviene nell’arvicola dei prati.

    Ecco la prima risposta: la prima arvicola ha un numero maggiore di recettori per la vasopressina e il maggior appagamento che ne consegue ha generato la monogamia. Ma questo non basta.

    Nel 2001 Young e colleghi hanno dato una possibile risposta su base genetica. Hanno visto (e dimostrato) che il gene responsabile della produzione del suddetto recettore è diverso nelle due arvicole: nella prima è presente una frazione di DNA che manca nella seconda. Tramite vettori virali sicuri, hanno provato a inserire questo frammento in altre arvicole della prateria convinti di generare così un maggior attaccamento da parte del maschio verso la femmina. E così fu! Young dimostrò in questo modo che la presenza del gene “modificato” nell’arvicola della prateria è la causa che genera l’attaccamento sociale nel maschio.

    Ma non finisce qui. Alcuni ricercatori della Memphis State University sostengono che la monogamia si sia sviluppata perché i maschi con compagna fissa hanno lasciato più discendenti rispetto al maschio poliginico. Perché mai il monogamo dovrebbe avere maggior successo riproduttivo? Per il semplice motivo che il maschio “geloso” non permette alla femmina di accoppiarsi con altri maschi, garantendosi così la certezza della paternità. Se a ciò aggiungiamo la variabile della distribuzione degli individui, il gioco è fatto: conviene tenerci stretto la femmina che abbiamo trovato piuttosto che vagabondare per tutta la prateria nella speranza di trovare un’altra femmina.

    Precisazione: la mia NON è un’ode al maschilismo, alla gelosia o altro! Riporto solo i dati biologici di quello che succede in natura.

    Oltre a spiegare la monogamia in termini del perché questo sistema si è diffuso, possiamo anche dare una interpretazione “storica” per questo comportamento. C’è stato probabilmente un tempo in cui anche l’arvicola della prateria era poligina, come nella stragrande maggioranza dei mammiferi. Il passaggio dalla poliginia alla monogamia potrebbe essere iniziato in una popolazione in cui i maschi di basso rango, per poter avere qualche speranza di riproduzione, svilupparono una nuova tattica: l’infanticidio. Uccidendo i figli dei maschi più forti, un subordinato potrebbe essere stato in grado di “rubare” la femmina, accoppiarsi con lei e produrre cuccioli propri. In risposta a questo comportamento, mi pare ovvio che il maschio che protegge la propria compagna sia avvantaggiato rispetto a un altro che la abbandona per andare a cercare altre compagne. Di conseguenza, attraverso un processo di selezione sessuale, generazione dopo generazione ecco che abbiamo un sistema in cui il maschio resta con la femmina per proteggerla e per proteggere i propri piccoli. 

    Siamo quindi arrivati a risposte completamente diverse: la monogamia dell’arvicola è dovuta a una diversa fisiologia del cervello? Oppure a una speciale forma del gene che produce il recettore per la vasopressina? Oppure ancora è il prodotto del vantaggio riproduttivo che hanno i maschi che sorvegliano la propria compagna? O infine deriva da una serie di modificazioni che gradualmente hanno trasformato una specie poligina in una monogama? Siamo a un punto cruciale: queste 4 possibili risposte sono tutte valide e nessuna esclude l’altra. Anzi, si completano a vicenda. Nel linguaggio tecnico, queste risposte rappresentano quattro diversi livelli di analisi: le prime due rappresentano le cosiddette cause prossime, mentre le ultime due sono le cause ultime.

    Monogamia e cura della prole

    Ci ricorda qualcosa questo titolo? È lo stesso titolo di un altro articolo in cui abbiamo analizzato le cure parentali nei mammiferi. Pigrizia dell’autore? Forse. Ma soprattutto segnale che i due aspetti sono estremamente correlati. Prima abbiamo analizzato questo dualismo dal punto di vista delle cure parentali, ora guardiamo l’altra faccia della medaglia.

    Già diversi studi degli anni ‘70 (che, facciamocene una ragione, sono 50 anni fa) hanno messo in evidenza lo stretto legame tra selezione sessuale, cure parentali e sistemi nuziali. Ad esempio, in uno studio del 1977 condotto da Emlen e Oring è stato evidenziato come le risorse variano sia a livello spaziale sia temporale; questo si ripercuote sulla conseguente distribuzione spaziale e temporale dei possibili partner. Detta in parole povere: se l’aperitivo lo servono alle 19, tu non porti la tua ragazza al bar alle 14. A conclusione dell’articolo, affermano che è più probabile che la monogamia si sviluppi quando il potenziale di (o anche i benefici tratti da) accoppiamenti con maschi diversi è basso e, di conseguenza, gli individui potrebbero aumentare la propria fitness rimanendo con il partner e occupandosi della sopravvivenza dei figli.

    Attenzione: abbiamo introdotto un nuovo termine tecnico. La fitness. Che cosa si intende con questo termine? Detta in parole povere è un sinonimo di “successo riproduttivo”, ovvero quanti figli potenzialmente fertili riesco a generare.

    A questi primi studi, senza entrare troppo nei dettagli, ne sono seguiti molti altri che descrivono come (tanto per dirne una che si ricollega al mio precedente articolo) ad esempio la monogamia sia più frequente in quelle specie in cui entrambi i sessi si occupano della prole. In una review del 2018, Klug riassume tutti questi fattori che influenzano l’avvento della monogamia sotto 9 punti:

    1. distribuzione spaziale e temporale delle femmine
    2. costi e benefici delle cure parentali
    3. bisogni della prole
    4. infanticidio
    5. costi e benefici dell’accoppiamento con più partner
    6. competizione per il partner
    7. certezza della paternità
    8. protezione del partner
    9. uso delle varie risorse

    Come si vede, le cose sono abbastanza complicate, ma alcuni punti si ripetono: competizione per le risorse (dove per risorse si intendono anche individui dell’altro sesso), analisi costi/benefici e infanticidio. Quest’ultimo punto lo abbiamo già visto come possibile spiegazione evolutiva della monogamia delle arvicole. Secondo uno studio del 2013 condotto da Opie e collaboratori sarebbe alla base anche della monogamia in molte specie di primati.

    Su questo punto però non c’è assolutamente accordo.

    Cosa succede nei primati?

    Eccoci ai nostri parenti più prossimi: i primati. La monogamia nei primati è relativamente diffusa. Ma qual è la causa? Come già detto, Opie e il suo gruppo di ricerca fa risalire tutto a un comportamento evolutosi a contrasto dell’infanticidio, come si pensa possa essere accaduto nelle arvicole.

    Ma in una lettera pubblicata nel 2014 su PNAS (Proceedings of the National Academy of Science of the United States of America) a firma Lukas e Clutton-Brock viene smentita questa ricostruzione. Secondo i due studiosi di Cambridge la monogamia nel mondo delle scimmie si è sviluppata a seguito di una riduzione della sovrapposizione dei territori controllati dai maschi, con conseguente aumento della competizione per le femmine. Ed ecco, una volta di più, che ecologia ed etologia tornano a braccetto.

    Inoltre ulteriori studi in questi decenni hanno portato a una differenziazione tra monogamia sociale e monogamia genetica. Le differenze sono abbastanza ovvie: nella prima i partner restano effettivamente l’uno accanto all’altro, dando cure alla prole (anche se magari non tutti i figli sono geneticamente del padre); nella seconda invece si sottolinea la paternità genetica della prole, anche se i partner non restano “vicini vicini”.

    Questa differenziazione ha portato, ad esempio, a rivalutare molte specie di primati considerate monogame. Attraverso analisi comportamentali e genetiche è stato visto che in molte specie una coppia socialmente monogama in realtà offriva cure parentali anche a figli di uno solo dei due. Cosa vuol dire? Provo a spiegarlo con una battuta che dice: “in Italia il 50% delle persone tradisce il proprio partner. Il che vuol dire che se non sei tu…”

    Conclusioni

    In conclusione: come si è evoluto questo comportamento? E perché? La risposta è estremamente complessa e lunga, come avete potuto notare, ma possiamo riassumere il tutto in alcuni punti.

    Innanzitutto vanno affrontati i diversi livelli di analisi del fenomeno, ovvero le cause prossime e le cause ultime. In questo modo abbiamo visto come alcuni ormoni (la vasopressina) e geni possono modificare il comportamento sociale di una specie, ma anche come il comportamento di sorveglianza del partner e la selezione sessuale “avviata” dall’infanticidio siano spiegazioni altrettanto valide (e complementari) per l’evoluzione della monogamia.

    A questo va aggiunto tutta una serie di ulteriori variabili: innanzitutto la disponibilità di risorse, la presenza o assenza delle cure bi-parentali (con relativi costi e benefici), la fitness e la selezione sessuale.

    Fonti

    J. Alcock: Etologia. Un approccio evolutivo ISBN 9788808067999

    Klug H. (2018) Why Monogamy? A Review of Potential Ultimate Drivers. Front. Ecol. Evol. 6:30. doi: 10.3389/fevo.2018.00030

    C. Opie, Q. D. Atkinson, R. I. M. Dunbar, S. Shultz; “Infanticide leads to monogamy in primates”, Proceedings of the National Academy of Sciences Aug 2013, 110 (33) 13328-13332; DOI: 10.1073/pnas.1307903110

    D. Lukas, T. Clutton-Brock; “Evolution of social monogamy in primates”, Proceedings of the National Academy of Sciences Apr 2014, 111 (17) E1674; DOI: 10.1073/pnas.1401012111

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