Benzodiazepine: quanto ne sai?

Una breve ed esaustiva panoramica su queste apprezzatissime molecole

ragazza assume benzodiazepine per dormire

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    Ormai sono parte integrante della vita di molte persone, i loro nomi commerciali suonano familiari anche ai neofiti. Svettano nelle classifiche 2020 in merito a consumo e spesa pro capite (tra i farmaci di fascia C, quindi a pagamento) in Italia, ma quanto le conosciamo davvero?

    Le benzodiazepine: breve cenno storico

    Struttura generale delle Benzodiazepine

    Le benzodiazepine (BDZs) sono una delle classi di farmaci che più ha segnato l’ultima parte di secolo del ‘900.

    Tutto iniziò nell’anno 1957 dal caro Dr. Sternbach, che durante i suoi studi casualmente scoprì una nuova tipologia di struttura, destinata a lasciare il segno. Nacque il Clordiazepossido, capostipite della serie, a riprova di quanto nella ricerca la “serendipity” (volgarmente detto anche fattore C), oltre alla bravura, sia determinante. 

    Partendo da quegli studi, qualche anno dopo (esattamente nel 1959), nacque un’altra molecola, il diazepam, che in seguito divenne il farmaco più prescritto al mondo

    In clinica fu riconosciuto rapidamente il potenziale delle BDZs: d’altro canto, il riferimento per il trattamento dell’ansia in quegli anni erano i barbiturici, quindi la notizia della possibilità di utilizzare composti più sicuri fu accolta con gran clamore.

    Mettiamo a fuoco

    Il meccanismo di azione coinvolge il sistema GABAergico: le BDZs interagiscono con il recettore GABA-A, in un sito allosterico all’interfaccia tra le subunità α e γ. Il GABA (acido ɣ-aminobutirrico) è il principale neurotrasmettitore di tipo inibitorio ed il legame con questo recettore porta all’apertura del canale al Cl, riducendo l’eccitabilità della cellula. 

    Le BDZs, legandosi ad un sito diverso da quello del GABA, hanno la capacità di aumentarne l’azione ed incrementare la frequenza di apertura del canale, senza però attivarlo direttamente (a differenza dei barbiturici).

    Sono farmaci poliedrici, i loro usi sono svariati: 

    • ansiolitici;
    • anticonvulsivanti;
    • miorilassanti;
    • coadiuvanti del sonno;
    • pre-anestetici.

    Sono svariate anche le molecole entrate in commercio, tra cui troviamo:

    • diazepam;
    • alprazolam;
    • triazolam;
    • lorazepam;
    • oxazepam.

    Sono tutte molecole capaci di passare la BEE (Barriera Ematoencefalica) e quindi di interagire facilmente a livello centrale, ma ciò che le contraddistingue è la loro potenza e durata d’azione.

    La potenza, nel caso di ansiolitici e sonniferi, è stabilita dalla rapidità con cui esercitano i loro effetti, come ad esempio il clonazepam: 20 volte superiore rispetto al diazepam. Quest’ultimo detiene il primato per durata di azione (può arrivare a giorni), ed è di fatto giustificato dal suo metabolismo, con la presenza di metaboliti attivi (nordiazepam, oxazepam). Le BDZs a breve durata (alprazolam, triazolam) sono invece convertite direttamente a prodotti inattivi ed escrete. Questo è di aiuto nell’anzianità, dove le scarse capacità metaboliche possono rendere l’uso poco gestibile.

    Cosa ne consegue?

    In gocce, compresse di ogni dosaggio, le benzodiazepine permettono di gestire situazioni in cui il soggetto è in grave disconforto, basti pensare ad attacchi di panico, notti insonni, o crisi epilettiche. L’evasione che riescono a creare ha portato anche ad un uso ricreativo. Ma nonostante siano farmaci più sicuri rispetto ai barbiturici, la loro assunzione insieme ad altre sostanze deprimenti il SNC (sistema nervoso centrale), tra cui l’alcol, può essere seriamente pericoloso. Le conseguenze a breve termine possono essere:

    • sonnolenza;
    • euforia, ma anche paranoia e irritabilità;
    • difficoltà motorie e respiratorie;
    • impatto sulla memoria.

    Le capacità amnesiche ed ipnotiche possono essere utili in caso di anestesia, ma sono anche quelle che hanno reso famoso il flunitrazepam, da cui è originato il termine “roofie” (farmaco volgarmente noto come “droga dello stupro”).

    A lungo termine, oltre ad effetti cognitivi, si sviluppano anche tolleranza e dipendenza: si traduce in quantità sempre maggiori e difficoltà a interrompere il trattamento.

    La capacità di oltrepassare le barriere si estende anche a quella placentare, con danni per il feto ma anche per l’infante, poiché sono secrete nel latte materno.

    Un uso prolungato può portare anche a un “effetto rebound”, quindi opposto, fino alle convulsioni. 

    E allora come orientarsi?

    In caso di overdose c’è il flumazenil, antagonista competitivo, che spiazza le BDZs dal loro sito una volta immesso endovena, ma non è la panacea di tutti i mali.

    Si può ben capire perché il consulto medico sia fondamentale: non solo per cercare di fare una diagnosi appropriata al caso, ma anche per scongiurare il più possibile ulteriori complicazioni. Si possono avere diverse interazioni con le BDZs, quindi è preferibile avere un quadro completo, oltre che clinico, anche della storia del paziente, per identificare tendenza all’abuso di alcol o altre sostanze, lecite o illecite. Una terapia è impostata su misura in merito a dosaggio, durata e soprattutto interruzione: non è consigliabile interrompere bruscamente il trattamento, bensì in modo graduale, per limitare l’effetto rebound e sintomatologia di astinenza.

    La capacità di interrompere l’assunzione è forse l’aspetto più rilevante nell’uso di questi farmaci: si ha paura di ricadere nella condizione antecedente, aggravando le turbe mentali e stati ansiosi. Non è detto che tutti siano accomunati da dipendenza severa, ma il paziente deve essere sempre messo al corrente di tutti gli effetti collaterali, soprattutto di quelli a lungo termine.  Per questo è consigliabile fare cicli detox e di considerare le alternative (anche se si utilizzano per dormire), poiché molto spesso sono casi in cui il supporto emotivo può assumere un ruolo determinante.

    Fonti

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